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IL MURETTO AL VENTO

Un’infanzia dispersa nel tempo, ricordi di momenti felici, spensierati, che riaffiorano e si sciolgono come bruma al sole sui declivi ambrati degli ubertosi colli “zolesi.

Tanti anni fa, abitavo nella periferia di Bologna; dalla mia cameretta addossata alla parete esterna di una vecchia chiesa,vedevo un’edicola che quasi riuscivo a toccare; mi piaceva pensare che vi fosse incastonata, non un Santo qualsiasi, ma la Madonna, bella e sorridente, ornata di fiori su di una candida nuvola; provavo a bussare alla Sua parete col manico della scopa, desideroso di parlare con Lei e chiedere qualche grazia, ma non ricevevo risposta; nella fervida immaginazione di bambino credevo rispondesse alle mie confuse preghiere... sentivo un brusio quasi costante, come di voce melodiosa, di rumore forte, a volte sommesso, dovuto certamente alle preghiere e litanie dei fedeli durante le funzioni religiose.

Davanti casa una fontanella di ferro da cui si poteva attingere l’acqua per il fabbisogno; ne bevevo grandi sorsi dopo lunghe corse nella calde giornate estive e molte volte mi recavo a lavare l’insalata con un “burazzo” pulito che, stretto, mi serviva da aspersorio.

I giardini delle case vicine erano regni inesplorati di terre lontane, una piccola rosa divelta furtiva da una cancellata, segno di audacia e destrezza; il gelataio che passava tutti i giorni col suo variopinto carrettino, “ un gelato da 5 lire chiedevo” e sorridendo lo preparava già, conoscendo i miei gusti, “sempre da dieci?” rispondeva , sapendo che da lì a poco sarei tornato a prenderne un altro, sempre da cinque, così ne mangiavo di più… pensavo io.

Il grande cortile della chiesa era il nostro oratorio e vi si accedeva da un portichetto sormontato da un arco in pietra; la prova di forza e coraggio per noi bimbi consisteva nell’arrampicarsi ad un glicine contro la parete, aggrapparsi all’asta di ferro che univa la volta e poi dondolando raggiungere l’estremità e lasciarsi cadere a terra.

Quante sbucciature a ginocchia o gomiti, ma, magro ed elastico come un gatto non mi facevo male e correvo a giocare al pallone o coi coperchini delle bottigliette e palline di vetro sulla difficile pista di cemento irta d’ostacoli e saliscendi.

I miei giochi si svolgevano spensieratamente tra casa, chiesa ed oratorio e durante i rosari pomeridiani oscillavo il “turibolo” spandendo l’intenso profumo d’incenso, privilegio che ci contendevamo noi chierichetti con spintoni e corse sino in sacrestia.

Se c’era un funerale, il parroco chiedeva di accompagnarlo alla casa del defunto per la benedizione della salma, eravamo felici perché ne seguiva sempre qualche moneta o regalino.

Esploravo il territorio sino al canale che delimitava il confine del quartiere, da cui iniziava una terra misteriosa, mai oltrepassandolo, perché pareva insormontabile, ai più grandi bastava un balzo per raggiungere la riva opposta.

I miei genitori lavoravano sino a notte inoltrata in un bar distante da casa e d’inverno, aspettavo trepidante alla finestra lo sfarfallio luminoso dal cielo; abbondanti nevicate formavano grossi cumuli che venivano spalati ai lati della strada e delle abitazioni e sfuggendo all’attenzione della nonna mi avventuravo nella tenue luce dei lampioni su bianche distese innevate o montagne di ghiaccio

Qualche domenica andavo coi miei a Casalecchio di Reno a trovare i miei cari zii ed i cugini più grandi di me e con loro ci divertivamo a fare il bagno nel fiume ed a prendere tra i sassi qualche pesciolino; quando i miei, non potendomi accompagnare, mi lasciavano andare da solo, dicevo a tutti che andavo al “mare” dove non ero mai stato. -2-

Senz’altro, però, il giorno più bello, era quello del pranzo fuori città e mio padre che aveva fatto il rappresentante di salumi conosceva parecchie trattorie; preferiva fermarsi a Zola Predosa, allora quasi tutta campagna e in una trattoria con mia madre o qualche parente incontrava vecchi amici o acquistava in zona fiaschi di vino e una gallina.

Mi è ancora vivo il ricordo quando mio padre lanciava a tutto gas la sua Fiat Belvedere nel rettilineo che da Riale porta a Zola Predosa.

Tortellini, lasagne, tagliatelle e crescentine e salumi, i piatti più apprezzati; l’interminabile rito del cibo esorcizzava lo spettro della fame patita durante la guerra.

Mi annoiavo molto e dopo due forchettate , correvo dagli amici ….. dalla mia ciurma o banda del muretto.

Tra “Riullo e Zolla, come scherzosamente chiamavamo Riale di Zola Predosa, correva, come tutt’ora, uno stretto, robusto muretto non alto che si allunga parallelo alla via Bazzanese, accanto ad un ampio fosso e campi coltivati.

Notavo sempre un gruppo di ragazzi che schiamazzava correndo in fila su di un lunghissimo muretto e sventolava stracci o fazzoletti colorati.

Avvicinandomi chiesi di poter giocare anch’io ed il più alto, Tommaso, con una benda nera in testa e sguardo torvo, atteggiandosi a gran condottiero, mi rispose che se volevo far parte della banda dovevo pagare il “guiderdone”, oppure sottopormi alla prova che consisteva nel salire sul muretto e stando in equilibrio, correre tra le due estremità, senza cadere.

Non capivo cosa fosse sto“guiderdone” e comunque, non avendo “il becco d’un quattrino” non potevo pagare nulla, per me comunque l’iniziazione fu facile e col supporto di qualche caramella, “caduta” dal bar dei miei, riuscii a conquistare presto le loro simpatie ed inserirmi nel gruppo, divenendone poco tempo dopo il capo.

Oltre a Tommaso c’erano Marco, Alessandro, Giorgio, Otello, Piero, Pina, Maria, Paola Sonia, componenti della banda ed a volte si trasformavano in marinai, pirati di un grosso veliero o cavalieri e guardiani di un inespugnabile castello.

L’ultimo arrivato, Fabio, piccolo e biondo, aveva il ruolo di vedetta; con vista lincea avvistava “i nemici” e ci avvertiva dell’imminente pericolo o dell’arrivo di qualche sporadica macchina con un fazzoletto colorato e fischi concordati ….. “attenzione siluri in vista.” gridava.

Marco e Tommaso, più grandi e robusti, se lo caricavamo sulle spalle ed lo issavamo su qualche albero come al pennone di una potente cannoniera o sulla torre del castello.

Ci nascondevamo nel fosso contro il muretto in compagnia di lucertole e ranocchi, spettatori spaventati e vittime innocenti dei nostri giuochi.

Le continue angherie di Tommaso divennero insopportabili ed un giorno tutti d’accordo decidemmo di fargli lo “sgambetto” facendolo ruzzolare nel fosso.

Lui, “il grande condottiero” , con piccole escoriazioni e qualche graffio, dovuti alle erbacce e rovi , piagnucolando, sporco di fango, corse a lamentarsi da mio padre.

Ormai tutti conoscevano Tommaso per la sua nomea di bulletto, e quando mi presentai, mio padre, rise sotto i baffetti e facendomi una “paternale” ramanzina più che altro per compiacere le persone presenti, mi preannunciò un’esemplare punizione che mai eseguì.

Tommaso, quello “scherzetto” se se l’era proprio meritato. Stette lontano da noi, dietro una siepe credendo di non essere visto, poi pian piano si riavvicinò; lo riammettemmo nella banda, non senza prima di avergli fatto fare giuramento solenne di fedeltà e -3- sottomissione; ormai aveva perso prestigio ed autorità e per non trovarsi emarginato accettò suo malgrado un ruolo subalterno.

Marco ed Alessandro, forti e sempre leali, passarono a “aiutanti di campo, miei vice” e se qualche domenica non arrivavo, assumevano temporaneamente il comando alternandosi nel mio ruolo di capitano per difendere il nostro“possente maniero o il veloce veliero”.

Otello e Giorgio avevano il compito di trovare le “armi” che consistevano in bastoni, rami palline, fango e terra, barattoli vuoti e molte altre “munizioni”, come rusticani, ciliegie o scarti di verdure.

Col tempo ideammo nuove strategie di battaglia e raffinammo le “armi” che divennero, archi, spade di legno, dalle punte arrotondate, scudi fatti con grossi coperchi di pentole sgangherate, fionde e cerbottane da cui partivano dardi di carta o piccole frecce, sacchetti ripieni di terra e sabbia, oltre alla verdure o frutta marcia.

S’avvicinava il giorno della battaglia.

C’era gran rivalità tra la nostra banda …. venivano dalla vicina frazione “dei Gessi” … e noi li chiamavamo “Cessi”, muniti di sacchetti di polvere e scarti di gesso e col viso impiastrato di bianco per incuterci terrore e assalire le nostre postazioni..

L’appuntamento fu per la domenica pomeriggio di un assolato giorno estivo e mio padre ignaro, mi portò la mattina a Zola perché “dovevo andare” con un mio amico ad una festa in parrocchia.

Accordati in precedenza, ci ritrovammo tutti sotto il ponte del Lavino dove avevamo nascosto il materiale che poteva servirci dentro a sacchi per patate.

Pina, Paola e Maria e Sonia portarono coperchi e pentole, Otello, Piero e Giorgio, spade e pugnali di legno fatti da un amico falegname, oltre a bastoni ed archi; Marco, Tommaso ed Alessandro le cerbottane ed i dardi di carta, io portai pistole ad acqua e sacchettini che riempimmo con la sabbia del torrente.

Fabio, benvoluto dai contadini della zona dove aiutava con qualche lavoretto, riuscì a farsi regalare delle uova che per incanto si moltiplicarono, si diceva in giro: “c’è una faina che ruba le uova”. Subito dopo la messa andammo al muretto a nascondere i sacchi sotto a rami e foglie e preparare la trappola “ai nemici”; all’ombra di una grossa quercia stabilimmo la strategia di battaglia e divorammo velocemente un panino.

Fabio nei pressi del cimitero da dove poteva scorgere l’arrivo del “nemico” ci avrebbe segnalato il pericolo imminente con tre fischi e sventolando un fazzoletto rosso.

Tommaso e Marco nell’altro lato della strada pronti a sfondare le loro linee; io assieme a Giorgio, Otello e Piero dietro il muretto, mimetizzati tra arbusti, erba e rami spezzati … appoggiati ai ferri che servivano per scendere e salire meglio; aspettavamo trepidanti il momento buono per l’attacco e sorprendere gli avversari con una sortita improvvisa.

Paola, Maria, Sonia e Pina, munite delle rudimentali spade di legno e degli “scudi di latta”, dovevano far da esca con un finto duello sul “bastioni del castello” esaltando ad alta voce le gesta e l’arrivo dei “cavalieri” di ritorno dalle Crociate.

Ognuno aveva una bisaccia a tracolla con le “armi e “munizioni che preferiva”, chi con arco e frecce, chi con pugnale o spada, chi con cerbottana, chi con pistola finta o palle di fango; tutti ben equipaggiati con uova, pezzi di cocomero, rusticani o verdure di scarto e tappi di sughero che fiondavamo sugli assalitori e con fazzoletti, uno rosso per il pericolo, uno verde per via libera o la vittoria, e quello bianco per le trattative o la resa oltre agli immancabili occhiali che ci proteggevamo sia dal sole che dalla farina o gesso che ci tiravano addosso.

La tensione era alle stelle perché dopo tante scaramucce sapevamo che lo scontro avrebbe determinato la supremazia del territorio.

A metà del pomeriggio arrivò trafelato di gran carriera Fabio sventolando il fazzoletto rosso, che preso dall’agitazione, non riuscì a fischiare, si posizionò quindi sull’alto di un albero per segnalare i loro movimenti.

Gli “odiosi nemici” arrivarono baldanzosi, urlando un inno di guerra incomprensibile, forse per nascondere la paura, col solito carretto pieno di gesso ed altri scarti, sicuri di conquistare il castello indisturbati; derisero le abili duellanti e vedendole sole, fecero il fatale errore di lasciare incustodito il carretto, credendo di assalirci facilmente e catturare le “donzelle”.

Regole da tutti accettate erano di non oltrepassare il muretto, di non invadere la strada con la nostra mercanzia e di non tirare oggetti taglienti e pericolosi …. oramai eravamo già stati segnalati da qualche “spione”; purtroppo a volte, per la foga dello scontro o l’arrivo minaccioso di un adulto non riuscivamo a pulire “il campo di battaglia” e ce la “filavamo” velocemente con i nostri “misfatti” che finivano quasi sempre inevitabilmente nel fosso.

Le abili spadaccine impegnarono un duello con gli assalitori colpendoli alla testa mentre cercavano di salire sul il muretto , si opposero bene, consentendo a noi d’entrare in azione.

Lanciai l’urlo di guerra “daj adoss” , “dagli addosso” ; e questo fu il segnale.

Tommaso e Marco rovesciarono il carretto; subito Piero, Alessandro, Giorgio , Otello e Fabio lanciarono tutto quanto in possesso, sbucando furiosi dai nascondigli, colpimmo ripetutamente i “ nemici” alle gambe ed ai piedi; Marco e Tommaso si unirono alla battaglia, attaccando come arieti e menando fendenti a destra e manca; le ragazze intanto impedivano ai “caduti nel fosso” di risalire sul muretto per combattere.

Sorpresi dalla nostra veemenza e rapidità si arresero facilmente, senza quasi colpo ferire; e, nostri prigionieri alzarono afflitti le braccia al cielo; un piccolo gruppetto con in testa il loro comandante riuscì a fuggire.

Fu la totale loro capitolazione e resa incondizionata, una schiacciante vittoria. Costringemmo i perdenti a guardare col capo chino i nostri festeggiamenti e le nostre corse sul muretto, coi vessilli al vento e le spade sguainate; sicuri di poter affrontare ogni ulteriore ostacolo e pericolo.

Li scortammo quindi al loro rifugio “della cava” dei “Gessaroli”, beffeggiandoli e percotendo “gli scudi e le pentole” con i legni; e…. riconoscendo “onore ai vinti” restituimmo i loro stendardi ed il carretto. Fu un successo clamoroso, indimenticabile, la loro totale, definitiva capitolazione , resa incondizionata , una schiacciante vittoria che vantammo a lungo.

Distrutti nel morale, non si ripresero più, sciolsero la banda e il loro capo non si fece più vedere; parecchi di loro si unirono a noi, che impietositi, li accettammo inserendoli nella nostra compagnia, dopo però un periodo di osservazione e di prove.

Della banda dei “cessi” non si seppe più nulla.

Qualche giorno dopo, al mercato la gente chiedeva cos’era successo sulla strada per “Riullo” … un gran sporco, gesso a mucchi, uova rotte , farina, pezzi di verdura, terra,frutta., tappi.

Poi tutto, pian pianino, tornò al solito chiacchiericcio di paese.

Sembrava che un camion avesse perso parte del carico; c’era pure chi parlava di una strage di uova e galline e col viaggiar della notizia di bocca in bocca, un buontempone si divertì a scrivere su di un cartone attaccato al muretto , con una grafia incerta ed infantile: “Onore agli eroici caduti del muretto”.

Falsa epigrafe che ci offendeva e sembrava sminuire il valore della nostra grande impresa; così decidemmo di distruggere il cartello prima che ce lo portassero via.

Nessuno ha saputo mai quel che è successo realmente … solo i veri combattenti del muretto conservano ancor’oggi come un tesoro prezioso, questo spensierato, allegro e lontano ricordo.

La vita ci ha poi separati, chi è diventato imprenditore, chi industriale, chi ha aperto un ristorante, chi fa la cuoca , chi l’insegnante, un bravo artigiano, commerciante, chi ha saputo abilmente convertire il lavoro della terra in una splendida e moderna realtà vinicola e chi dopo una vita sbandata si è incamminato verso una vita spirituale.

Ed anche se a volte girando da quelle parti credete di riconoscere il viso di un vecchio amico che correva “sul muretto al sole e lo stendardo al vento”, non siate frettolosi , osservate quel muretto scalcinato ed un fosso incolto; troverete una persona anziana, ma di spirito ancor giovane, che seduta su di una panchina guarda assorto e parla ai passanti di cose arcane; guardate la luce che brilla nei suoi occhi, salutatelo con rispetto e scambiate quattro chiacchiere con lui.

Vi racconterà certamente de “ l’antica storia del “Muretto al vento”, dei suoi eroi e di un epica battaglia astutamente combattuta e vinta”.

FIUMI Mauro Tra Riale e Zola Predosa febbraio 2020