Lavorazione della canapa


La lavorazione e la coltivazione della canapa furono una voce importantissima nell'economia rurale e industriale bolognese a partire dal XV secolo fino al XIX secolo. Da quel momento inizió un rapido declino di questa coltivazione, la cui scomparsa nelle nostre campagne, negli anni cinquanta, fu provocata dalla concorrenza esercitata dal cotone e da altre fibre meno costose, dall'invenzione delle fibre artificiali, dalla complessitá della lavorazione, che per alcune fasi non si é riusciti a meccanizzare, dall'introduzione della barbabietola come coltura industriale alternativa e produttrice di altrettanto reddito.

La canapa é una pianta erbacea a ciclo annuale che raggiunge i 4/5 metri di altezza. Si seminava a marzo su un terreno (canapaio) sciolto e ben scolato, preparato con la tecnica della ravagliatura, cioé della combinazione del lavoro dell'aratro e della vanga. Si trattava di uno dei lavori piú "duri" a carico dei contadini, che lo eseguivano in novembre.

La raccolta degli steli veniva fatta ai primi di agosto. Il contadino tagliava gli steli col falcetto recidendoli alla base, e li riordinava sul campo in "mannelli" incrociati a "X". Gli steli, una volta essiccati, venivano battuti per terra, in modo da far cadere le foglie, e successivamente raccolti in fasci conici del diametro di due metri (prella). Dopo alcuni giorni la prella era disposta su un bancale, gli steli venivano selezionati e uniti in diversi mannelli (secondo la lunghezza).

Successivamente, i mannelli venivano portati al macero (masadur) e immersi nell'acqua stagnante in due o piú strati, trattenuti da sassi, per circa otto giorni. Questa operazione permetteva lo scioglimento delle sostanze collanti che tengono uniti fibra tessile e stelo.

Si procedeva quindi ad estrarre i mannelli dall'acqua e all'operazione di lavatura. In seguito i mannelli si lasciavano sgocciolare ai bordi del macero e poi con i carri venivano trasportati lungo le cavedagne per asciugare. Seguivano poi le operazioni di SCAVEZZATURA (scavzdòura) e GRAMOLATURA (gramadòura), (eseguite prima a mano con attrezzi rudimentali, poi con macchine a vapore), che consentivano di frantumare gli steli legnosi e ricavarne la fibra, che veniva poi pettinata (scardazè) sbattendola e ripassandola ripetutamente con larghi pettini di legno. Con un ulteriore passaggio attraverso lunghi e fitti pettini di acciaio si otteneva il GARGIOLO (garzòl), pronto per essere filato a mano o venduto ai canapifici. Gli scarti della fibra (stoppa/tuzòn) venivano impiegati per imbottiture scadenti o usi diversi.

La parte piú grossolana del gargiolo veniva utilizzata dai garzuler e dai cordai, ritorta con uno speciale mulinello (masóla) e trasformata in corde di vario tipo e spessore (laza-souga).

Tutte le operazioni descritte richiedevano un enorme impiego di "forza lavoro" (uomini e donne) e la famiglia contadina doveva ricorrere allo scambio delle opere (zerla) con altre famiglie, o alla manodopera salariata o specializzata (garzuler).

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